Darshana

La nostra visione

Nel dire siamo costretti al punto di vista del soggetto.

È possibile, forse, dar voce all’eco che di noi oggetti risuona però, pur sempre nel linguaggio soggettivo. Questa la terribile condanna a cui è destinato il genere umano da quando, con un enorme sforzo di volontà, qualcuno ha deciso o ha sentito la tremenda necessità di guardare l’orizzonte. Proprio questa è la spinta che ci costringe ancora oggi a interrogarci sulla realtà che ci circonda, al fine di orientarci e di conoscere. 

La prospettiva da cui parte la nostra indagine come Scuola di Energetica Junghiana di ispirazione ch’an, è quella di definire un orientamento filosofico…

…che ci permetta, poi, di addentrarci nella struttura psichica della personalità al fine di avere almeno un’idea di percorso terapeutico.
Tale modello si pone tra le cose senza mai voler affermare la presenza di una verità assoluta in un sistema relativo. Semplicemente questa teoria, cioè questo punto di vista o darshana, come si direbbe in India, può essere una delle infinite vie che la feconda mente di Buddha ha posto come strumento di liberazione verso la libertà.

Il nostro pensiero ha tre radici e una modalità

Innanzitutto la modalità è quella della Scuola.

Essa rappresenta un luogo di trasmissione di una certa conoscenza. Luogo all’interno del quale il pensiero del maestro informa la mente dell’allievo. Perchè questo avvenga, non è opportuno stabilire rigidi protocolli o condizioni di qualsiasi genere che non siano dettate da un profondo amore, sola condizione che permette la trasmissione corale. È pur vero che all’interno della Scuola diversi sono i maestri, diversi sono gli allievi.

Veniamo ora alle tre radici.

  • La prima è rappresentata dal patrimonio del pensiero energetico in generale che trova le sue origini nella struttura testuale dello Yi Jing e dall’enorme sviluppo che il commento di questo testo ha portato nel pensiero Cinese. In particolare, in quelli che sono gli aspetti rappresentati dalle tecniche di massaggio tradizionale cinese, dal qi gong e dal mondo del “lavoro” interno, quale, per esempio, quello tipico delle arti marziali interne.
  • La seconda radice è il pensiero Junghiano, in particolare nel suo aspetto energetico e riguardo a tutto ciò che ha rappresentato l’interesse di Jung verso il mondo orientale. D’altra parte, a nostro avviso, essere Junghiani significa approcciare il pensiero occidentale scavandone il terreno per avvicinarsi a tutto il mondo simbolico della mitologia e della cultura greca, in particolare della filosofia, come elemento fondamentale per ragionare ancora oggi sul dirsi di ogni singola umanità.
  • La terza radice è il pensiero che si sviluppa a partire dal sesto patriarca Cinese della scuola Dhyana, Hui Neng, personaggio la cui vita e il cui pensiero, sono contenuti nel Sutra della Piattaforma, o Sutra di Hui Neng, testo la cui lettura riteniamo fondamentale per comprendere il pensiero della Scuola.

L’opera, condotta in questi vent’anni di lavoro, è un tentativo di armonizzare le tre radici per ottenere una visione del mondo che si dimostri, come in realtà è successo, utile alla terapia.

Occorre, però, a questo punto, chiarire che cosa si intende per psicoterapia.
Per noi, la psicoterapia è un percorso che porti l’individuo innanzitutto e per lo più a connettersi con quelli che sono gli archetipi che lo hanno determinato. In secondo luogo, una volta risolto il giogo di possesso da parte degli stessi, si viene così nella consapevolezza di essere artefice del proprio destino, rivolgendo lo sguardo alla contemplazione della libertà collettiva come fine ultimo della specie umana.
Appare chiaro come questo cammino di liberazione tocchi punti specifici e aspetti politici del pensiero. Le condizioni determinate dalla storia economica dell’umanità hanno ridotto la grande maggioranza degli uomini in un regime più o meno severo di schiavitù. Il lavoro rappresenta l’attività più importante per ogni singolo individuo e, nel lavoro, l’alienazione. Basti pensare che, noi occidentali, portiamo nel nostro DNA, profondamente, l’idea del lavoro come punizione divina. Tale, infatti, è la maledizione che Adamo riceve al momento della sua “cacciata dall’Eden”. Questo pensiero, come una traccia subliminale, tortura pesantemente le nostre anime.
Non è quindi possibile pensare una psicologia né dell’adattamento, né della rivoluzione violenta. Tali, infatti, sono state le proposte degli ultimi quarant’anni. Da una parte, un pensiero rivoluzionario, che ponendosi il problema dell’alienazione con grande sincerità ha però percorso la strada della violenza, creando fenomeni come il terrorismo degli anni‘70-‘80. Tale fenomeno, però, in primo luogo, ha accumulato karma negativo con i metodi violenti da esso applicati e, d’altro canto, non ha saputo comunque sottrarsi al gioco di potere che lo stato, in quanto struttura precostituita, ha, alla fine, usato come arma per vincere la spinta rivoluzionaria. Non è certo proponendo la dittatura del proletariato, o qualsiasi altra dittatura, che si possa vincere la schiavitù.
Dall’altra parte, tutta la terribile teoria dell’adattamento che, al servizio di gruppi di potere economici e politici, va predicando fitness e pacchetti all inclusive. Ovvero impone ai lavoratori flessibilità e ritmi produttivi che impediscono al singolo individuo un godimento naturale e armonico della sua esistenza.

Se allora non è possibile la via della violenza ed è inutile e controproducente quella dell’adattamento, occorrerà proporre un percorso psicoterapeutico che attraverso l’armonizzazione delle forze individualizzanti e collettive, porti ad ogni struttura psichica la capacità, per così dire, di surfare l’onda energetica rappresentata dal proprio vivere personale. Tale armonia, dovrà essere in grado di scatenare l’energia profonda che ogni uomo rappresenta nella meraviglia della sua umanità.

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